Paola Frattini

 

Montagna, zaino in spalla, scienza, animali, cavalli, esplorando il corpo umano, cervello, argento vivo.

Questo è solamente un piccolo assaggio dell'unicità di Paola.

Scopriamo il lato umano di Lundbeck attraverso gli occhi di Paola Frattini.

 

 

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Ciao Paola, raccontaci un po’ di te.

Il mio nome è Paola. Ormai ho superato la soglia dei 30 anni. In realtà, lo ammetto, siamo quasi a 32.

Parlare di me come persona penso sia fondamentale per capire il perché del mio lavoro in Lundbeck, ed è bello potermi presentare per quello che sono realmente io.

Quando ero bambina mio nonno mi diceva sempre “Paola, tu sei argento vivo” e mi fa sorridere quando, dopo anni, chi mi circonda usa ancora la stessa espressione per descrivermi.

Forse dovrei dire che la mia più grande passione è lo studio e che passo il mio tempo libero seduta ad una scrivania, ma mentirei spudoratamente!

Quando ero al liceo ricordo che la professoressa di letteratura mi riprendeva quotidianamente perché, mentre spiegava, guardavo fuori dalla finestra e mi perdevo a osservare il cielo.

“Non ascolti, sei sempre distratta”, mi diceva. Ma poi le ripetevo esattamente la sua spiegazione e non aveva più una reale ragione di sgridarmi.

Questo ricordo mi fa sorridere perché dice tanto di me. Se mi guardassi con gli occhi di chi mi conosce, come spettatore esterno, direi che sono molto sognatrice, amante e curiosa della vita.

Forse per questo una delle mie più grandi passioni è viaggiare.

Da quando ho iniziato a lavorare rendendomi indipendente, ogni momento libero è buono per chiedermi “Dove posso andare questa volta?”.

Ho girato molti paesi, sola, zaino in spalla.

Si può dire che da ogni viaggio mi sento di essere tornata diversa, con occhi e cuore sempre più carichi di esperienze e di emozioni, di luoghi e di volti.

Una frase che amo molto dice “Non c’è uomo più completo di colui che ha viaggiato, che ha cambiato venti volte forma del suo pensiero e della sua vita".

Ma il viaggio è solo una piccola parte di me.

Ecco, la montagna. Non c’è un week end in cui io non scelga una vetta da scalare o un rifugio da raggiungere.

La montagna, fin da bambina, mi ha aiutata a trovare riposo nella sua quiete e cercare nella fatica un riposo ancor più appagante.

Pormi obiettivi sempre più al limite delle mie possibilità, mi aiuta a sfidare me stessa, sia fisicamente che mentalmente.

Quando arrivo su una cima e guardo verso valle, capisco di aver lasciato lì i miei problemi quotidiani, le ansie, le paure e di poterle osservare, almeno in quel momento, con distacco e superiorità. Sono più in alto di loro, posso dominarle.

Gli animali. Soprattutto amo i cavalli. In effetti vado a cavallo da quando avevo 5 anni; l’equitazione come la intendo io è quella del mondo dei cowboy: uomo e animale in una corsa senza tempo e misura.

Penso che i cavalli siano in grado di insegnare tanti valori: a superare la paura, ad avere pazienza, a comunicare senza parole, a chiedere prima di pretendere, ad essere presenza sicura e costante, a gestire le emozioni e a rialzarsi dopo una caduta per fare meglio di prima.

Ultimo, ma non meno importante, l'interesse verso la scienza.

Da piccola il mio cartone preferito era “Esplorando il corpo umano” e il primo regalo per cui ricordo di essermi davvero emozionata fu un microscopio.

Einstein diceva “Non ho particolari talenti, ma sono dannatamente curioso”. Con questa frase, che perfettamente mi rappresenta, ho concluso ormai qualche anno fa la mia tesi di dottorato dopo cinque anni di biotecnologie mediche e tre anni di ricerca nell’ambito delle neuroscienze, svolti presso l’ospedale Policlinico di Milano.

Il cervello, quello sconosciuto. Il più complicato di tutti gli organi, il più interessante da scoprire e studiare.

Sicuramente oltre a definirmi curiosa, mi descriverei anche una persona empatica.

Il mio interesse nei confronti dell’uomo, del cervello e della malattia per me non ha uno scopo puramente scientifico.

Trovare la giusta chiave per essere un supporto al medico, utile al paziente. Guarirlo dalla malattia. È sempre stato il punto focale di questa mia breve carriera scientifica e delle scelte lavorative che ho intrapreso, a partire dagli anni nell’ambito della ricerca fino ad approdare in Lundbeck.


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Cosa ti ha portata a entrare in Lundbeck?

Lundbeck è un’azienda leader nell’ambito delle neuroscienze.

L’attenzione dell’azienda non si focalizza solo sulla cura del paziente, ma anche sulle problematiche che il paziente vive in un mondo in cui la malattia mentale non è stata ancora totalmente riconosciuta e accettata.

Una delle caratteristiche di Lundbeck è esattamente questa, la Patient Centricity. Mettere sempre il paziente al primo posto, con un coinvolgimento aperto e continuo.

Poter iniziare a lavorare in questa azienda per me è stata una grandissima ed entusiasmante opportunità.

In Lundbeck io ho visto fin dal principio la possibilità di sviluppare il mio interesse scientifico nell’ambito neurologico e psichiatrico, indagando più a fondo i fini meccanismi alla base delle "malattie del cervello".

Contemporaneamente, in Lundbeck ho visto anche la possibilità di rendermi utile, utile al medico e di riflesso ai suoi pazienti.

Discutere insieme della malattia, capire come trattarla, affrontarla e vincerla.

Infine, potrei dire che l’esperienza familiare personale sia stata più di tutto il motore che mi ha dato la spinta e guidato con entusiasmo nell’intraprendere questa strada.


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Che definizione daresti al tuo lavoro in Lundbeck?

Il ruolo che svolgo all’interno dell’azienda, ovvero quello di informatore farmaceutico, è un ruolo chiave per la comunicazione tra Lundbeck e il territorio.



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Quali sono le 3 caratteristiche che reputi più importanti per svolgere al meglio il tuo lavoro?

D’istinto direi che, pensando al ruolo di informatore, le tre caratteristiche che associo sono: capacità organizzativa, capacità comunicazionale ed empatia.

Capacità organizzativa, perché per svolgere al meglio questo lavoro è necessario avere un’ottima conoscenza del territorio, delle strutture e dei medici e soprattutto saper gestire spostamenti e appuntamenti.

Capacità comunicativa, sia dal punto di vista commerciale che scientifico. L'informatore deve essere un valido supporto per il medico; aiutarlo a conoscere il farmaco e identificare il paziente ideale.

Empatia. Perché tutti i professionisti che incontriamo sono prima di tutto persone. Nella comunicazione è necessario che emerga il desiderio di fornire un aiuto valido e determinante direttamente al paziente: il paziente è un nome, non un’entità astratta. 



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Cosa apprezzi maggiormente dei tuoi colleghi e delle tue colleghe?

Pur essendo approdata da poco in Lundbeck, ho subito respirato un clima di collaborazione.

Una collaborazione che ho percepito sia da parte dei colleghi della sede nei confronti di noi informatori, che tra gli informatori della stessa equipe.

Nella fase di formazione, capo e colleghi mi hanno immediatamente trasmesso il loro entusiasmo e soprattutto mi hanno supportata nella gestione delle piccole problematiche a cui ognuno di noi deve far fronte quando si interfaccia con una nuova realtà lavorativa.


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Quali sono le 3 soft skills che reputi più importanti nel tuo team e che consiglieresti ai giovani di coltivare?

Se dovessi dire a un giovane che decide di intraprendere il mio stesso percorso e ruolo lavorativo quali sono le caratteristiche più importanti da tenere presente e sviluppare, penso consiglierei di focalizzarsi su:

Essere un buon comunicatore, per poter raggiungere in modo diretto e costruttivo il proprio pubblico nel dialogo.

Sviluppare abilità nella costruzione dei rapporti interpersonali: l’interazione con gli altri è fondamentale per una comunicazione di valore, sia che siano colleghi del team, che medici.

Essere dotati di empatia e capacità di ascolto è fondamentale per un informatore farmaceutico.

Studio e aggiornamento continuo: essere sempre aggiornati sui nuovi studi clinici, al passo con la scienza, porta l’informatore sullo stesso piano del medico ed è necessario per diventare un punto di riferimento per lo stesso e per intraprendere una comunicazione di valore.



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Che consiglio daresti ai giovani che stanno cercando la propria strada nel mondo del lavoro?

Consiglio ai giovani: non perdete mai il vostro entusiasmo! Purtroppo il mondo del lavoro, al giorno d’oggi, non è una realtà facile.

Non sempre riusciamo a intraprendere la strada che vorremmo, ma non bisogna mai scoraggiarsi e perseverare nel cercare di inseguire il proprio sogno e obiettivo.

L’entusiasmo, un giorno o l’altro, verrà sempre apprezzato e premiato, qualsiasi sia la realtà con cui vi interfaccerete.



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A quali persone consiglieresti di entrare a lavorare in Lundbeck?

Non c’è, penso, una tipologia di persona particolare a cui consiglierei di entrare in Lundbeck. Sicuramente un giovane entusiasta con tanta voglia di fare e di crescere lavorativamente parlando.

In realtà, però, penso che possa essere la giusta realtà anche per chi svolge questo lavoro da anni e in questi anni ha perso interesse e stimolo.

In Lundbeck potrebbe ritrovare il giusto entusiasmo e una nuova motivazione.



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In che modo credi che Lundbeck sia unica rispetto ad altre aziende?

Per come ho vissuto Lundbeck ad oggi, direi che la sua unicità risiede nell'attenzione alle persone, la patient centricity.

Lundbeck è quotidianamente al fianco di medici, pazienti e famiglie, associazioni che combattono contro lo stigma della malattia mentale.

Anche se quest’ultima attività non coinvolge in prima persona me, visto il ruolo che rivesto nell’azienda, si rispecchia nella gratitudine e nella cortesia con cui vengo ricevuta dagli specialisti che mi identificano come rappresentante dell’azienda.

Lundbeck, per lo psichiatra e il neurologo, è un punto di riferimento.


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Al giorno d’oggi, quanto ritieni importante crescere costantemente sia a livello tecnico che a livello umano?

Al giorno d’oggi penso sia necessario continuare a crescere nell’ambito lavorativo: sia a livello tecnico, quanto a livello umano.

Le competenze scientifiche sono utili e fondamentali in questo lavoro, tanto quanto le doti relazionali.

L’informatore poco preparato scientificamente potrebbe essere reputato dal medico poco attendibile e non trasmette un’idea positiva né di sé, né dell’azienda che rappresenta.

L’informatore deve essere anche in grado di sviluppare un rapporto col medico interpersonale di fiducia e dedizione. E talvolta, perché no, anche di amicizia.



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Nonostante viviamo in un mondo molto incerto, cosa ti dà maggior sicurezza nel lavorare in Lundbeck?

Lundbeck mi è sembrata fin da subito un’azienda attenta al lavoratore e alle sue esigenze.

Nonostante si tratti di una multinazionale, si percepisce in sede un clima familiare, di estrema cordialità e comprensione. 

Avendo avuto in passato un’esperienza lavorativa in un’altra multinazionale, posso garantire che questo atteggiamento è tutt’altro che scontato ed è fondamentale per spronare il lavoratore a dare il meglio di sé, svolgendo così un lavoro di qualità per la sua azienda.

Stima e rispetto reciproco sono alla base di una proficua collaborazione tra lavoratore e azienda.


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Quali sono i valori di Lundbeck che senti particolarmente tuoi?

Il valore che più apprezzo di Lundbeck è che, come azienda farmaceutica, punta ad essere differente nei confronti del paziente.

La patient centricity come focus centrale in cui credere e da continuare a sviluppare.

Proprio per questo motivo, al di là dell’impegno per lo sviluppo di terapie sempre migliori, il suo valore aggiunto si manifesta nell’impegno a collaborare con associazioni ed enti che si occupano di superare lo stigma della malattia mentale e l’accettazione sociale dei pazienti che soffrono di disturbi psichiatrici e neurologici.



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Quando hai capito che Lundbeck era l’azienda giusta per te?

Ho capito che Lundbeck poteva essere la “mia” azienda quando un giorno ad un appuntamento con uno specialista ho incontrato un informatore - oggi collega - che mi ha raccontato chi era Lundbeck e di cosa si occupava.

Ci sono tanti colleghi di altre aziende che quotidianamente incontriamo nei corridoi ospedalieri e che descrivono il loro lavoro come una routine. Una routine faticosa e talvolta demotivante.

Il collega era entusiasta. Questo entusiasmo è stato perfettamente in grado di trasmettermelo.

Ed è poi lo stesso entusiasmo con cui mi sono presentata al primo colloquio e ho iniziato la mia avventura in Lundbeck.



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