Michaël, il giovane olandese

 

Michaël, un giovane ragazzo olandese, è da poco entrato nel mondo del lavoro.

Nelle ultime settimane, tutti i suoi colleghi e le sue colleghe hanno iniziato a parlare di una nuova competenza: l’intelligenza emotiva.

Michaël, curioso di comprendere al meglio le proprie emozioni, decide di prendere in prestito un consiglio offerto dalla sua collega Debbie.

Cosa accadrà al giovane olandese nei pressi di Amsterdam?

Chi incontrerà nel famoso museo di Van Gogh?

Ce la farà Michaël a dare un senso alle proprie emozioni?

Scopriamolo ora, immergendoci nella sua storia. 

 

Intelligenza emotiva: come svilupparla diventando persone più empatiche 



 

 

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Michaël, il giovane olandese

Michaël è un giovane ragazzo olandese nato ad Amsterdam, nei Paesi Bassi.

 

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Michaël ha da pochi mesi fatto ingresso nel mondo del lavoro e, nelle ultime settimane, si è accorto di un qualcosa di curioso: tutti, proprio tutti, parlano di una nuova competenza. 

Una competenza che, fino a qualche mese fa, il giovane olandese non aveva minimamente considerato: l’intelligenza emotiva.








«Debbie, sento che tutti parlano di intelligenza emotiva. Sapresti dirmi di cosa si tratta?» chiese il ragazzo a una sua collega al termine di una giornata lavorativa.

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«È una competenza.» rispose la collega.

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«Una competenza? Ne sei sicura?»

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«Beh, diciamo che è la nostra capacità di comprendere le emozioni che viviamo. E grazie a questa comprensione, possiamo imparare a captare le emozioni che le altre persone vivono.»

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«Debbie, io faccio molta fatica a comprendere le mie emozioni. Tu come hai fatto a coltivare questa competenza?»

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La collega sfilò dalla sua borsa un biglietto e lo consegnò ripidamente a Michaël.

 

 

 

 

 

«Mi raccomando. Non dirlo a nessuno.» rispose la collega assicurandosi che nessuno avesse visto il suo gesto.

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«Cosa dovrei dire, scusa?»

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«Michaël, non dirlo a nessuno! Non posso dirti altro.»

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La collega si allontanò di fretta e lasciò il giovane Michaël leggere il biglietto che, ora, teneva fra le mani.

«L’arte dell’intelligenza emotiva: un viaggio tra le opere del museo di Van Gogh»

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Il ragazzo rimase qualche attimo in silenzio.

 

 

 

 

 

«Ehi,» pensò tra sé e sé, «il famoso Van Gogh Museum si trova a un paio di chilometri da qui!»

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L’orologio che teneva al polso segnava le ore 17:00.

 

 

 

 

 

«Se corro posso arrivare in tempo!» esclamò il giovane Michaël.

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Senza perdere un minuto in più scese le scalinate dell’ufficio e corse verso il museo.

Le strade di Amsterdam erano affollate come non mai.







 

«Dove stai andando?» cercò di fermarlo Dennis, un amico che si trovava fuori da un negozio di moda.

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«Non posso dirti nulla!» esclamò il ragazzo continuando a correre.

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Ore 17:30: il ragazzo arrivò nei pressi del museo.

Lì, appena fuori dal suo ingresso, intravide una donna che stava chiudendo il portone.







 

«Signora! Signora! Aspetti!» esclamò il ragazzo arrivando di corsa a qualche metro dalla donna.

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La donna fece per chiudere la serratura del museo e si girò verso il giovane.

 

 

 

  

 

«Ciao ragazzo. Hai bisogno d’aiuto?»

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«Sono arrivato in ritardo, mi scusi!» esclamò Michaël ancora con il fiatone.

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«In ritardo per cosa?»

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«Per entrare al museo.»

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«Sono le 17:30, ragazzo. Il museo è chiuso ora.»

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«La prego, devo assolutamente entrarci. Mi hanno riferito che al suo interno vi sono delle opere speciali. Delle opere che mi avranno insegnato l’arte dell’intelligenza emotiva.»

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«Ragazzo,» intervenne la donna con un mezzo sorriso, «capisco bene ciò che mi stai dicendo. Tuttavia, non saranno le opere a insegnarti l’intelligenza emotiva.

Saranno le tue azioni quotidiane a sviluppare in te quest’arte.»

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Il ragazzo rimase in silenzio per qualche istante, senza sapere cosa dire.

La donna prese le chiavi del museo, che nel frattempo aveva messo nella sua borsetta, e si voltò verso il portone.






 

«Ragazzo, che rimanga un segreto tra me e te. Su vieni!» disse la donna facendo entrare il ragazzo dall’ingresso principale.

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I due entrarono nel museo e la donna si assicurò di aver chiuso il portone alle loro spalle.







  

«Michaël, da questa parte.» 

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Il ragazzo seguì la donna.

Le luci principali erano spente.

Solamente un piccola luce d’emergenza permetteva ai due di percorrere un breve corridoio del museo.

Tutto d’un tratto, la donna si fermò.







 

«Ehi, aspetta un attimo ragazzo. Non ci siamo ancora presentati. Qual è il tuo nome?»

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«Mi chiamo Michaël.» rispose il ragazzo cercando di intravedere con i suoi occhi celesti qualche opera d’arte.

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«Piacere di conoscerti, Michaël. Il mio nome è Iselda e, come avrai capito, sono la responsabile del museo.»

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Il ragazzo non aggiunse altra parola e continuò a sforzare lo sguardo incuriosito dal luogo in cui si trovava.







 

«Ragazzo, seguimi.» 

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Il giovane Michaël si mise al passo della signora Iselda.

Alla loro destra si iniziavano a intravedere delle opere d’arte.

Tuttavia, il buio era troppo presente per permettere a Michaël di ammirarle.







 

«Entriamo qui!» esclamò la donna entrando per prima in una grande stanza.

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Il ragazzo entrò con la donna nella strana, immensa, e buia stanza.

Tutto d’un tratto, la porta dietro di lui si chiuse di colpo.

La donna fece un gesto con il braccio e, improvvisamente, una leggera luce si accese sopra le loro teste.







 

«Signora, dove siamo?»

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«Siamo nella Stanza dell’Emotività, caro ragazzo.»

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Michaël si guardò attorno ma la luce opaca permetteva di vedere solamente a un metro da loro.

 

 

  

 

 

«Signora, cosa c’è laggiù? Intravedo qualcosa ma i miei occhi non riescono a capire cosa sia.»

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«Il momento per capire arriverà tra poco.» rispose la donna. «Per ora, accontentiamoci di questa tenue luce.»

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Il ragazzo fece cenno con il capo e rimase in silenzio.

 

 

 

 

«Michaël, mi hai detto di essere venuto sin qui per conoscere l’arte dell’intelligenza emotiva. Dico bene?»

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«Sì, signora! Al lavoro tutti parlano di questa nuova competenza e, notando la mia difficoltà nel comprendere le mie emozioni, ho voluto seguire il consiglio della mia collega Debbie.»

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«Quindi, immagino che il tuo obiettivo sia quello di addentrarti nel mondo delle emozioni. È così?»

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«Sì, mi piacerebbe saperne di più.»

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«D’accordo. Ora dimmi: sei disposto a sacrificare qualche minuto al giorno per trasformare le parole che questa sera ti dirò, in atto pratico?»

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«Mi sta chiedendo se avrò il tempo per esercitarmi?»

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«Il tempo è qualcosa che tutti noi abbiamo. Ciò che mi piacerebbe sapere è se sei disposto a sacrificare qualche minuto del tuo tempo.»

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«Sì signora, certo.»

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«Ok, molto bene!» esclamò la donna donando al giovane un sottile sorriso.

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Il ragazzo contraccambiò il sorriso e lascio la donna proseguire.







 

«Come ti ho già anticipato,» riprese la donna, «questa è la Stanza delle Emozioni.

È una stanza speciale, nella quale potrai apprendere le basi fondamentali dell’intelligenza emotiva.

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Ciò che faremo ora, come prima cosa, sarà scoprire le varie emozioni che tutti noi viviamo: sia al lavoro, che fuori da esso.

Una volta che le avremo scoperte, ti proporrò un simpatico esercizio che ti avrà permesso di comprendere le emozioni che vivi giornalmente.»

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«Mi sta dicendo che riuscirò a comprendere tutte le emozioni che si faranno vive in me?»

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«Sì ragazzo. L’intelligenza emotiva si basa proprio sul comprendere, prima di tutto, l’emozione che stiamo vivendo.

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Le emozioni, come sicuramente avrai già iniziato a comprendere, sono i colori della vita: a volte vi sono colori accesi, altre volte essi sono un po’ più cupi.

Ciò però non significa che un colore cupo non possa dare vita a un colore più vivace.»

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«Signora, mi scusi. I colori cupi equivarrebbero alle emozioni negative?» domandò il giovane.

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«Michaël, non esistono emozioni negative.» 

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«Come no, signora? La paura non è un’emozione negativa?»

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«Caro ragazzo, spesso si tende a suddividere le emozioni secondo due grandi categorie: le emozioni positive e le emozioni negative.

Tuttavia, questa suddivisione, non è del tutto corretta. 

Non esistono infatti emozioni negative.

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È molto meglio parlare di emozioni piacevoli ed emozioni spiacevoli: alcune emozioni è piacevole viverle, altre emozioni, invece, preferiremmo semplicemente tenerle lontane dai.

Ciò però non significa che le emozioni spiacevoli siano emozioni negative.»

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«Mi perdoni signora, nell’ultimo periodo ho sentito parlare spesso dell’emozione della paura e dell’ansia. Come possono queste emozioni non essere considerate negative?»

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«Il motivo è molto semplice: se queste emozioni si fanno vive nella nostra vita significa che in quel momento ci stanno proteggendo da qualcosa o qualcuno. 

Il nostro compito è quello di comprenderle e accoglierle dentro di noi.»

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«Potrebbe farmi un esempio?» chiese gentilmente il ragazzo.

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«Sì Michaël. Immagina di fissarti un importante obiettivo da qui ai prossimi sette giorni.

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Per raggiungere quest’obiettivo sai di dover compiere determinate azioni, di mantenere alto il focus e di impegnarti con costanza per tutti e sette i giorni.

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Le giornate passano, e una volta terminati i sette giorni, ti accorgi di non aver raggiunto il tuo obiettivo.

Immediatamente, cerchi di capire cosa sia successo, e ti rendi conto di non aver svolto alcuni compiti necessari per il raggiungimento del risultato.

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Secondo te, cosa accadrà nel momento esatto in cui ti accorgerai di non aver conseguito il tuo obiettivo?»

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«Mi sentirò giù di morale!» esclamò il ragazzo.

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«Bene, ora dimmi: quali saranno le emozioni che vivrai in quel momento?»

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«Forse mi arrabbierei con me stesso.»

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«Sì, proprio così. Molto probabilmente, oltre a vivere l’emozione della rabbia, vivrai un velo di frustrazione e di sconforto.

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Queste emozioni, anche se spiacevoli, non è corretto considerarle negative.

Esse ti stanno semplicemente facendo capire che, nel caso volessi raggiungere un nuovo obiettivo in futuro, dovrai impegnarti maggiormente.»

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«Mi sta quindi dicendo che le emozioni possono fungere da molla per evolvermi in futuro?»

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«Sì ragazzo. Le emozioni sono qui per aiutarci. 

Il fatto di aver vissuto della rabbia, della frustrazione o dello sconforto, denota il fatto che, nel profondo, hai a cuore i tuoi obiettivi. 

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Se non ti fossi minimamente preoccupato del mancato raggiungimento dei tuoi obiettivi, significherebbe che non avevi minimamente a cuore il risultato finale.»

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«Quindi non è sbagliato arrabbiarsi in quel momento. Dico bene?»

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«Sì, dici bene. Tuttavia, ciò non significa che dovrai rimanere arrabbiato per delle giornate intere. 

La tua bravura sarà proprio quella di dare un senso profondo a quell’emozione, e apprendere, il prima possibile, dalla sbadataggine che hai avuto nel non compiere i compiti prestabiliti.»

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«Sì, capisco signora. Una sola domanda: questo concetto vale per qualsiasi emozione spiacevole?»

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«Sì, certo. Pensa, ad esempio, alla paura.

Non avere un minimo di paura, o timore, nell’attraversare la strada trafficata di Amsterdam, significherebbe essere degli sprovveduti.

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Oppure, non essere minimamente in tensione prima di un incontro con un importante cliente, significherebbe prendere sottogamba l’appuntamento.

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Detto ciò,» proseguì la donna, «le nostre emozioni hanno semplicemente il compito di farci vivere a pieno una determinata situazione. 

Sarà poi nostra responsabilità accogliere dentro di noi l’emozione che stiamo vivendo, e adattarci di conseguenza.»

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«E nel caso si facesse viva un’emozione piacevole?» chiese il ragazzo intervenendo nel discorso della donna.

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«Beh, se l’emozione che vivremo sarà piacevole, dovremo semplicemente godercela. Tutto qui. 

Se al contrato l’emozione che vivremo sarà spiacevole, dovremo comprendere cosa ci vuole trasmettere e lasciare che essa riduca il suo volume di voce.»

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«D’accordo signora, mi è tutto chiaro. Qual è il prossimo step?»

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«Il prossimo step è comprendere le varie emozioni.»

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«Posso chiederle per quale motivo è importante comprendere le proprie emozioni?»

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«È semplice: se vogliamo conoscerci in profondità, e diventare delle persone più empatiche nei confronti delle persone che frequentiamo, dobbiamo imparare a conoscere prima di tutto le nostre emozioni.

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Dimmi un po’ Michaël: se ti chiedessi di elencarmi le emozioni che hai vissuto nella giornata di ieri, sapresti rispondermi?»

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Il ragazzo si prese del tempo per riflettere.

 

 

 

 

 

«Ehm, non proprio.»

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«E se ti chiedessi di raccontarmi l’emozione che stai vivendo in questo momento, cosa mi risponderesti?»

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«Mah, le direi che sono meravigliato.»

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«Meravigliato o sorpreso?» chiese la donna sorridendo.

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«Non saprei, signora Iselda.»

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«Tra poco saprai. Detto ciò, sono davvero molte le emozioni che possiamo vivere nella quotidianità.

Negli ultimi anni, diversi studiosi hanno cercato di suddividerle in categorie, così da renderle più chiare e comprensibili.

È per questo motivo che è nata la Stanza delle Emozioni.»

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La donna bloccò il suo discorso e portò lo sguardo avanti.

Tutto d’un tratto la luce sopra le loro teste si spense.

Per qualche attimo, l’intera stanza si fece buia.







 

«Signora, cosa sta accadendo?»

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La donna lasciò correre e, dopo pochi istanti, una luce all’estrema sinistra della stanza si accese.

Sotto di essa, illuminata dalla nuova luce, vi era un'opera d’arte.







 

«Vieni ragazzo, avviciniamoci al quadro.»

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I due si diressero in fondo alla sala, a sinistra.







 

«Rimaniamo a qualche metro di distanza.» avvisò la donna.

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«Signora, per quale motivo la donna raffigurata tiene un volto così arrabbiato?» chiese il ragazzo stranito dall’opera.

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«Il ritratto che vedi raffigura la collera.» affermò la donna.

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«La collera? È un’emozione?»

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«Sì, ragazzo. È la prima delle otto emozioni che scopriremo oggi. 

Noi, ora, ci troviamo davanti al primo ritratto. Nei prossimi minuti, le luci che si trovano sopra di noi, illumineranno le altre sette opere d’arte.»

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«Quindi la collera è la prima emozione?» chiese conferma il ragazzo.

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«Sì, la collera è considerata una delle otto emozioni primarie.»

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«Cosa intende per emozioni primarie?»

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«Sai ragazzo, le emozioni si suddividono in emozioni primarie ed emozioni secondarie.

Le emozioni primarie, secondo alcuni studiosi, sono le emozioni dalle quali nascono tutte le altre decine di emozioni.»

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«Quindi le emozioni secondarie sono quelle connesse alle emozioni primarie. Corretto?» chiese il ragazzo.

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«Sì, esatto. Ogni emozione primaria dà vita a una serie di emozioni secondarie.»

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«Vorrei farle una domanda, signora: quali sono le emozioni associate alla collera?»

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«Le emozioni collegate alla collera sono la furia, lo sdegno, il risentimento, l’ira, l’esasperazione, l’indignazione, l’irritazione, l’acrimonia, l’animosità, il fastidio, l’irritabilità, l’ostilità, l’odio e la violenza patologica.»

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«Wow, sono davvero molte.»

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«Sì ragazzo, e il tuo obiettivo dovrà proprio essere quello di comprendere, più a fondo, quale sia l’emozione più vicina a ciò che percepirai.»

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«In che senso?»

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«Nel senso che, se vuoi comprendere davvero le tue emozioni, non è sufficiente identificare l’emozione primaria. 

Dovrai invece scavare più a fondo, cercando di capire quale sia l’esatta emozione che stai vivendo.

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Ad ogni modo, non preoccuparti. Fra poco ti svelerò un esercizio che ti avrà fatto fare ancor più chiarezza.»

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Improvvisamente, la luce posizionata sopra l’opera d’arte si spense, e, immediatamente, si accese una piccola luce alla loro destra.





 

 

«Vieni, spostiamoci alla seconda opera.»

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«Signora, cosa rappresenta questo ritratto?» chiese il ragazzo posizionandosi davanti al secondo quadro.

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«Secondo te? Che emozione potrebbe rappresentare?»

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«Non saprei. Mi sembra un volto triste.»

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«Sì, è così. La seconda emozione primaria è proprio la tristezza.»

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«Quindi la tristezza non è associata alla collera, dico bene?»

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«Esatto ragazzo, dici bene.»

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«Posso chiederle quali sono le emozioni associate alla tristezza?»

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«Alla tristezza,» rispose la donna, «è associata la pena, il dolore, la mancanza d’allegria, la cupezza, la malinconia, l’autocommiserazione, la solitudine, l’abbattimento, la disperazione e, in casi patologici, la depressione grave.»

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«Signora, che brutte cose!»

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«Michaël, ricordi cosa ti ho detto prima? Le emozioni, se comprese, sono qui per aiutarci.»

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«Sì, ha ragione signora. È che sa, emozioni di questo tipo non sono mai piacevoli.»

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«Certo, tuttavia è bene comprenderle e accettarle. E tra poco, capirai come fare.»

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«Le faccio una domanda: alla tristezza è associata anche la paura?»

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L’unica luce accesa della stanza si spense tutto d’un tratto.







 

«Signora, cosa succede?»

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La donna non rispose.








«Signora, è uno scherzo?»

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Ad un certo punto, una luce alla loro destra si accese.







 

«Oddio, chi è lui?» esclamò il ragazzo vedendo una specie di orco raffigurato su tela.

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«È la paura.» risponde la donna.

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«Rappresenta la paura?»

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«Sì, la paura è la terza emozione primaria.»

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«Oh mamma, mi ha fatto prendere uno spavento!» esclamò il ragazzo.

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«Lo spavento è proprio un’emozione collegata alla paura. Lo sai ragazzo?»

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«Davvero? E quali sono le altre emozioni associate alla paura?»

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«Alla paura sono associate l’ansia, il timore, il nervosismo, la preoccupazione, l’apprensione, la cautela, l’esitazione, la tensione, il terrore, la fobia, il panico e, come ti dicevo, lo spavento.»

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«Signora,» intervenne il ragazzo, «non vedo l’ora che arrivi il momento di scoprire le emozioni più piacevoli. Tutte queste emozioni mi stanno influenzando.»

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La luce sopra il terribile orco si spense e, istantaneamente, una splendida donna sorridente prese forma nell’opera d'arte alla loro destra.







 

«Venga signora!» esclamò il ragazzo vedendo la signora Iselda ferma davanti all’orco, ormai scomparso.

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«Arrivo ragazzo. Nel frattempo, dimmi un po’ l’emozione che quella donna ti trasmette.»

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«Felicità!» esclamò il ragazzo.

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«Ottimo. Tuttavia, la felicità è un’emozione secondaria. Qual è secondo te l’emozione primaria collegata a questa stupenda opera d’arte?»

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«Contentezza?» ipotizzò il giovane olandese.

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«Anch’essa è un’emozione secondaria.»

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«Gentilezza?»

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«La gentilezza fa parte di un’altra emozione, che scopriremo tra poco.»

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«Signora, mi dica qual è l’emozione primaria. Sono curioso.»

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«L’opera che stai vedendo raffigura la gioia.»

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«È la gioia la quarta emozione primaria?»

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«Sì ragazzo. E da essa, sono connesse la felicità, il godimento, il sollievo, la contentezza, la beatitudine, il diletto, il divertimento, la fierezza, il piacere sensuale, l’esaltazione, l’estasi, la gratificazione, la soddisfazione, l’euforia, il capriccio e, a volte, anche l’entusiasmo maniacale.»

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«Wow, sono davvero tante le emozioni legate alla gioia.» disse il ragazzo. «Ora, qual è la prossima emozione?»

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«Che emozione ti piacerebbe scoprire?» chiese la donna.

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«Mi ha accennato che la gentilezza faceva parte di un’altra emozione. È forse lei la quinta emozione primaria?» chiese il giovane sorridendo.

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«La gentilezza è un’emozione secondaria. Non è un’emozione primaria.»

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Anche la luce che illuminava il volto della splendida donna si spense e, all’istante, un cuore d’orato venne illuminato da un altro lume soffuso.






 

«Scommetto che quell’opera raffigura l’amore.» esclamò il ragazzo camminando verso il cuore d’oro dipinto a qualche metro da lui.

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«Sì ragazzo,» riprese parola la donna seguendo il giovane, «quello che vedi è il cuore dell’amore. Dimmi un po’: ti sei mai innamorato?»

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«Oh sì, ho un compagno da ormai due anni. Siamo proprio innamorati, io e lui.»

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«Wow, è fantastico! Complimenti!»

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«La ringrazio signora. Sono molto fiero di ciò.

Saprebbe dirmi quali sono le emozioni secondarie associate all’amore?»

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«Certo. All’emozione dell’amore sono associate l’accettazione, la benevolenza, la fiducia, la gentilezza, l’affinità, la devozione, l’adorazione, l’infatuazione e l’agape.»

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«Mi vuole dire che la fiducia è un’emozione associata all’amore?»

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«Sì ragazzo. L’amore e la fiducia sono strettamente connesse. 

Pensa alle aziende che maggiormente trasmettono fiducia. 

Queste aziende, molto probabilmente, hanno deciso di innamorarsi delle esigenze e delle problematiche dei propri clienti. È grazie a questo loro amore che riescono a trasmettere fiducia.»

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«Wow, questo proprio non lo sapevo.»

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«Ti sorprende il fatto che la fiducia e l’amore siano connesse?»

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«Sì un po’ sì, signora.»

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«Allora, ti consiglio di seguire la luce che sta per accendersi.»

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Detto fatto, un lume alla loro destra prese il posto alla luce che, fino a qualche attimo prima, aveva illuminato il cuore d’oro.

Il ragazzo si avvicinò all’opera.







 

«Signora, non vedo nulla. L’opera è coperta da un telo!» esclamò Michaël.

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«Vai Michaël. Ti autorizzo a togliere il telo.»

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Il ragazzo si avvicinò al quadro e, senza pensarci due volte, prese il telo di velluto rosso porpora, e lo alzò.







 

«Wow, che meraviglia!» esclamò il ragazzo. «Se non sbaglio questa è un ex isola del nostro Paese.»

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«Sì ragazzo, quella che vedi raffigurata è Schokland. È uno dei nostri Patrimoni dell’Umanità.»

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Il ragazzo rimase qualche secondo ad ammirare la meravigliosa opera.







 

«Credo proprio che la meraviglia sia la sesta emozione.» affermò il ragazzo.

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«In realtà, caro Michaël, la meraviglia è un’emozione secondaria. La sesta emozione primaria è la sorpresa. 

Ad essa sono associate lo shock, lo stupore, il trasecolamento e la meraviglia, appunto.»

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«Signora,» intervenne il ragazzo, «qualcosa mi dice che dopo questa splendida emozione sta per arrivare un’emozione spiacevole?»

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«Cosa te lo fa credere, Michaël?»

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«Non saprei. Forse il mio sesto senso.»

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«Il tuo senso senso? Mmmh, vedo che la tua intelligenza emotiva sta pian piano crescendo.»

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Schokland si spense tutto d’un tratto e un’altra opera si illuminò alla loro destra.

 







 

«Lo sapevo, signora!» esclamò il ragazzo schifato da ciò che i suoi occhi avevano intravisto.

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«Cosa sapevi?»

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«Sapevo che stava per arrivare un’emozione poco piacevole.»

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«Dici questo mostro?» chiese la donna indicando il quadro.

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«Sì, è orribile!» esclamò il ragazzo coprendosi in parte gli occhi.

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«Quest’opera, caro Michaël, rappresenta il disgusto, la settima emozione primaria. 

Connesse al disgusto abbiamo il disprezzo, lo sdegno, l’aborrimento, l’avversione, la ripugnanza e lo schifo.»

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«Signora, si stava meglio ad ammirare la meravigliosa Schokland.»

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«Ti capisco ragazzo. Tuttavia, è necessario comprendere qualsiasi emozione: piacevole e spiacevole.»

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«Capisco, ma non si vergogna questo mostro ad essere così brutto?» domandò il giovane olandese.

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«No ragazzo. E lo sai perché?

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«Perché signora?»

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«Perché la vergogna non è associata al disgusto.»

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Le parole della donna si fermarono tutto d’un tratto.

Lo spregevole mostro venne coperto dal buio della stanza e un’ultima opera, all’estrema destra, venne illuminata da una luce.

Il ragazzo si avvicinò all’opera.

La donna lo seguì.







 

«Signora, per quale motivo questa donna è triste?» chiese il ragazzo guardando il quadro di fronte a lui.

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«La donna che vedi non è triste. Si sente umiliata.»

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«Oddio, cosa le è successo?»

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«Lascio a te immaginare.» replicò la donna portando gli occhi al pavimento e lasciando il ragazzo riflettere.

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«Signora,» intervenne Michaël dopo qualche secondo di attesa, «è l’umiliazione l’ottava emozione primaria?»

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«Non proprio, ragazzo. L’ottava e ultima emozione primaria è la vergogna.»

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«Quindi, immagino che l’umiliazione sia un’emozione associata ad essa. Dico bene?»

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«Sì, alla vergogna sono associate l’umiliazione, il senso di colpa, l’imbarazzo, il rammarico, il rimorso, il rimpianto, la mortificazione e la contrizione.»

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«Capisco.» replicò il ragazzo un po’ rammaricato dal ritratto di fronte a lui.

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La donna lasciò il ragazzo vivere l’emozione che lo stava pervadendo in quel momento.

Dopo qualche giro di lancetta, la luce di fronte a lui si spense e, la stanza, tornò ad essere completamente buia.






 

«Signora, e adesso?» chiese il ragazzo.

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«Quelle che hai scoperto,» rispose la donna nel buio della stanza, «sono le otto emozioni primarie, secondo alcuni studiosi.

Altri studiosi ne classificano solamente sei. Altri invece sette. 

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A noi, questo, poco importa: ciò che è davvero importante è iniziare a comprendere che la nostra vita è ricca di emozioni, e che il nostro stato d'animo è influenzato direttamente da esse.»

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Le parole della donna si fermarono tutto d’un tratto e, all’improvviso, un’opera al centro della stanza si illuminò.







 

«Signora, guardi lì!»

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La donna voltò dolcemente lo sguardo verso l’opera illuminata.







 

«Cos'è che la illumina? Non vedo alcuna luce.» disse stranito il ragazzo.

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«Quest’opera, caro ragazzo, vive di luce riflessa.»

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«Com’è possibile?»

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«Cosa vedono i tuoi occhi?» chiese la signora Iselda.

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«Vedo un cielo stellato.»

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«Poi? Cos’altro vedi?»

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«Vedo uno spicchio di luna.»

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«Bene. L’opera che vedi si chiama Notte Riflessa. È un’opera che quasi nessuno ha avuto il privilegio di ammirare.»

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La donna interruppe le sue parole per qualche istante.

 

 

 

 

 

«Ragazzo, lo vedi quel biglietto appoggiato vicino al quadro?»

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«Sì, lo vedo.»

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«Prendilo, e leggilo.»

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Il ragazzo si avvicinò all’opera e, con particolare cura, prese in mano il ruvido biglietto di color bianco latte.







 

«Signora, vi è riportata una domanda.»

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«Leggila.» rispose la donna senza aggiungere altra parola.

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Il ragazzo, con tono leggermente tremante, lesse ad alta voce la domanda riportata sul foglietto.

 

 

 

 

 

«L’emozione che sto vivendo è più vicina alla collera, alla tristezza, alla paura, alla gioia, all’amore, alla sorpresa, al disgusto o alla vergogna?»

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I due rimasero in silenzio per qualche secondo.

Dopo poco, la donna riprese parola.

 

 

 

  

 

«Caro Michaël, nei prossimi trenta giorni, ogni volta che sentirai di vivere un’emozione particolare - piacevole o spiacevole che sia - fatti questa domanda:

“L’emozione che sto vivendo è più vicina alla collera, alla tristezza, alla paura, alla gioia, all’amore, alla sorpresa, al disgusto o alla vergogna?”

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Ponendoti questa domanda, ti starai esercitando per individuare l’emozione primaria più vicina a ciò che starai percependo in quel momento.»

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«È questo l’esercizio che voleva offrirmi?» domandò il giovane Michaël.

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«Sì, ragazzo. Dovrai prenderti del tempo e indagare quale sia l’emozione primaria più in linea con ciò che proverai.

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Una volta che avrai scoperto l’emozione primaria più vicina a ciò che starai percependo, non dovrai fare altro che indagare, fra le emozioni secondarie, quale si avvicina maggiormente all’emozione che starai provando.»

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«Signora, potrebbe offrirmi un esempio?»

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«Molto volentieri. Immaginiamo che l’emozione che tu stai vivendo, in questo momento, sia riconducibile alla gioia.

A questo punto, dovrai prendere le emozioni secondarie collegate alla gioia, e comprendere quale di esse sia più allineata al tuo attuale stato d’animo.

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In sostanza, andrai a capire se l’emozione che stai vivendo è più vicina alla felicità, al godimento, al sollievo, alla contentezza, alla beatitudine, al diletto, al divertimento, alla fierezza, al piacere sensuale, all’esaltazione, all’estasi, alla gratificazione, alla soddisfazione, all’euforia, al capriccio o all’entusiasmo maniacale.»

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«D’accordo signora. Avrei solo una domanda: cosa accadrà se sbaglierò a identificare l’emozione corretta? Chi mi correggerà?»

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«Caro Michaël, sbagliare è parte del gioco. L’intelligenza emotiva si coltiva provando, testando, imparando, capendo.

Agli inizi è normale avere difficoltà nel comprendere l’emozione corretta.

L’importante è esercitarsi e iniziare a prendere confidenza con le proprie emozioni.

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Esercitandoti quotidianamente,» proseguì la donna, «non solo riuscirai a comprendere maggiormente le tue emozioni, ma riuscirai anche a comprendere le emozioni delle persone che ti circondano.

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Ricordati che non è possibile entrare in empatia con gli altri se prima non impariamo a entrare in empatia con noi stessi.»

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Tutto d’un tratto, il Cielo Riflesso si spense.

La stanza, immensa, tornò ad essere buia.

 






 

«Vieni ragazzo, è ora di andare. Ora, hai tutto ciò che ti serve per coltivare la tua intelligenza emotiva.»

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Il ragazzo seguì la donna all’uscita della stanza.







 

«Ti lascio andare.» disse la donna indicando l’uscita del museo. «È stato un piacere poter condividere con te i segreti della Stanza dell’Emotività.»

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Il ragazzo uscì dal museo.

Ad attenderlo, all’uscita, non vi era più alcuna opera d’arte.

Sopra i suoi occhi, qualcosa di ancor più meraviglioso: un cielo privo di nuvole, un centinaio di stelle connesse tra loro, e una mezza luna appoggiata al manto buio di Amsterdam.



 

 

 

  

Conclusione

Il giovane Michaël, grazie all’incontro con la signora Iselda, ha scoperto quali sono le otto emozioni primarie: la collera, la tristezza, la paura, la gioia, l’amore, la sorpresa, il disgusto e la vergogna.

Nei prossimi trenta giorni, come consigliato dalla responsabile del museo, Michaël si porrà ogni giorno una semplice domanda:

“L’emozione che sto vivendo è più vicina alla collera, alla tristezza, alla paura, alla gioia, all’amore, alla sorpresa, al disgusto o alla vergogna?”

Da questa domanda, non gli rimarrà che scovare quale sia l’emozione secondaria più vicina a quelle che saranno le sue percezioni.

Grazie a ciò, il giovane olandese, riuscirà a coltivare la sua nuova intelligenza emotiva.

In Olanda, tornerà a brillare l’unicità di Michaël.



Crescita personale e intelligenza emotiva: emozioni primarie e secondarie 

 

  

 

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