Il Lago di Carezza, dove Moonly è nata

Moonly è nata sabato 14 settembre 2019, in una notte di luna piena, lungo il sentiero che circonda il lago di Carezza, un angolo di benessere dove regna la pace e il silenzio. 

La Tempesta Vaia che ha colpito le Dolomiti il 29 ottobre 2018 è stato il campanello d'allarme che ha fatto nascere l'idea di Moonly.

Pur trovandosi in una conca protetta, il bosco che circonda il Lago di Carezza fu travolto in pieno dal ciclone "Vaia" che nella serata del 29 ottobre 2018 imperversò nell'Italia settentrionale, in Austria, Germania e Svizzera. In quella notte fatidica del 29 ottobre raffiche di vento violentissime rasero al suolo oltre 14 milioni di alberi. Solo nel bosco ai piedi del Latemar (le montagne sovrastanti il Lago di Carezza) si calcolarono più di 100.000 metri cubi di tronchi caduti, pari a 20 volte la ricrescita naturale annua.

La fauna boschiva non fu colpita direttamente dagli schianti eolici, anche perché gli animali riescono a percepire in anticipo l'imminenza delle calamità naturali mettendosi in salvo, ma il loro habitat è cambiato radicalmente. In queste nuove condizioni, cala la presenza delle specie arboricole, mentre altre, come il capriolo e il cervo, traggono vantaggi dall'ecosistema mutato. Si è però corso ai ripari per evitare scorpacciate di massa da parte di un altro abitante dei boschi, il bostrico: per prevenire un'invasione di questo insetto, infatti, i tronchi caduti sono stati subito allontanati dal sottobosco e portati in depositi idonei.

Ora si sta favorendo il rimboschimento puntando sulla rinnovazione naturale: piante pioniere come il sorbo, il pioppo tremulo, l'acero di monte o la betulla stanno preparando il terreno per la ricrescita dell'abete rosso, l'essenza più diffusa in questa zona. Ma occorrerà un bel po' di pazienza: prima che il patrimonio boschivo torni ad essere quello di prima di Vaia, ci vorranno da 120 a 150 anni.

In Moonly ci impegniamo a fornire un piccolo contributo alle nostre Dolomiti portando allo stesso tempo il Wellbeing sul posto di lavoro. Essendo noi una Società Benefit destiniamo parte dei nostri ricavi alla piantumazioni di nuovi alberelli nei nostri boschi fatati.

 

 

 

La ninfa del lago di Carezza

- una storia narrata dai Dirlinger, un leggendario popolo di minatori

Nel lago viveva un tempo una bellissima ninfa, che amava sedersi sulle sue sponde a cantare. Essendo però molto timida, non appena qualcuno si avvicinava alla riva, si rituffava prontamente nell'acqua. 

Un giorno passò nei pressi lo stregone di Masaré e udì la ninfa cantare. Innamoratosene perdutamente, tentò invano di rapirla facendo ricorso a tutte le sue arti magiche. La strega Langverga gli diede allora questo consiglio: "Distendi un arcobaleno dal Latemar fino al lago, così stuzzicherai la curiosità dell'ondina e la attirerai fuori dall'acqua. Tu però dovrai trasformarti in un vecchio mercante e raccontarle, in modo apparentemente casuale, che dal tessuto dell'arcobaleno si ottengono preziosissimi gioielli. Quando lei si sarà avvicinata abbastanza, potrai infine catturarla senza difficoltà".

Lo stregone seguì il suggerimento, ma dimenticò di travestirsi. Così la ninfa lo riconobbe, e subito si rigettò nel lago scomparendo per sempre alla sua vista. Lo stregone, infuriato, strappò l'arcobaleno dal cielo e lo scagliò in acqua. Ma questo di sciolse spandendo i suoi colori sulla superficie del lago, che da allora i ladini chiamano "lec de ergobando", lago dell'arcobaleno.

  

Un atollo pietrificato 

Il massiccio del Latemar, con i suoi spettacolari pinnacoli, è un atollo di pietra che ebbe origine 240 milioni di anni fa. Coralli, alghe, spugne calcaree e un'infinità di altri microorganismi formarono a quel tempo imponenti scogliere sottomarine, larghe fino a 500 metri.

Le colonie organogene, per difendersi dall'inarrestabile sprofondamento del fondale marino e non sparire nelle sue profondità buie e asfittiche, continuarono a espandere i loro edifici verso l'alto. La loro lotta per la sopravvivenza è oggi testimonianza dei chiari banchi calcarei del Latemar.

L'attività vulcanica aprì enormi fenditure tra gli strati di calcare. L'erosione delle lave basaltiche, più rapida di quella dei calcari circostanti, scavò canali, cammini e insenature, mettendo a nudo architetture impressionanti come le Torri del Latemar e la Torre di Pisa.

Nei punti di contatto tra roccia basaltica e roccia calcarea può affiorare un particolare ossido di ferro, l'ematite. La sua variante terrosa rossa venne estratta per secoli nell'area sopra il Lago di Carezza, dove era nota come "minium". Quest'attività, protrattasi fino agli anni '20 del secolo scorso, potrebbe avere ispirato le leggende sui "nani Veneziani" (minatori paleoveneti) e i loro inestimabili tesori d'oro.

 

 

Le bambole del Latemar

Il massiccio del Latemar si erge di fronte al Catinaccio e digrada verso i pascoli collinari con una frastagliata cresta di rocce. Gli abitanti della Val di Fiemme chiamano questa cresta "la processiòn de le pope", la processione delle bambine.

Secondo la leggenda, alcuni figli di pastori stavano pascolando le greggi in un boschetto vicino al passo Costalunga, quando giunse un vecchio e chiese loro se avessero visto il suo coltello. I ragazzini risposero di no e si misero ad aiutarlo nella ricerca, ma senza successo. Quando udirono le campane della sera, si incamminarono verso il paese. Ma Ménega, la più grande del gruppo, scorse durante la discesa il coltello luccicante tra i fiori, lo raccolse e tornò indietro a restituirlo al suo proprietario.

Questi contentissimo le disse: "Per ringraziarti, domani ti lascerò prendere le più belle delle mie bambole. Ora però corri a casa, che a quest'ora calano dai Mugòni le streghe cattive".

Mentre Ménega si affrettava verso casa, le si parò dinanzi una sconosciuta dai modi cordiali. Ménega le raccontò del suo incontro, al che la donna disse sorridendo: "Oh, beniamina della fortuna! Quell'uomo è il ricco Veneziano. Non accontentarti delle sue bambole vestite di seta, ma chiedigli quelle adorne di broccati e gioielli. Il vecchio sarà costretto a donartele, se pronuncerai queste parole: "bimbe di pietra con stracci di seta, rimanete là ad ammirar il Latemar!" Dopodiché la donna scomparve nel bosco.

L'indomani i ragazzini si recarono sul Latemar per ricevere la loro ricompensa. Nel fianco della montagna si aprì allora una porta da cui uscì un lungo corteo di bambole vestite con sgargianti abiti di seta. Subito Ménega pronunciò la formula. Dal bosco si levarono allora un sibilo acuto e sonore risa di scherno, mentre le bambole si trasformavano in pietre. Ancora oggi, quando splende il sole, è possibile ammirare gli abiti sgargianti di queste figure pietrificate.

 

 

I selvaggi del Latemar 

Un tempo lontano, la zona attorno al lago di Carezza era popolata da piccole tribù di selvaggi che vivevano in semplicità. Sulle vicine montagne abitavano dei timidi nani. Di tanto in tanto arrivava un gigante solitario che si stabiliva presso i selvaggi e ne sposava una delle figlie, generando ragazzi che crescevano forti e valorosi. Tutti vivevano in pacifica armonia.

Un giorno, dentro una galleria mineraria scavata e poi abbandonata dai "nani Veneziani", i selvaggi trovarono una cassa ricolma di pepite, denti di drago e palle dorate. Tali oggetti erano ai loro occhi privi di valore e così, quando uno strano ometto con una mantella giallo zolfo e un cappello rosso scarlatto si presentò a chiederne la restituzione, non ebbero alcune difficoltà a consegnargli l'intera cassa. Per sé tennero solo alcune palle dorate con cui giocare ai birilli. Ma lo sconosciuto se ne accorse e lanciò su di loro una maledizione: "Verrà il tempo, e arriverà presto, in cui il Gletschmann (uomo del gelo) si troverà solo nel bosco e penserà con rammarico a tutti i selvaggi che un tempo abitavano qui". I selvaggi si spaventarono molto, e più di tutti il Gletschmann, un vecchio raccoglitore di erbe curative. Tuttavia passarono gli anni e nulla accadde.

Fino a che nella valle giunsero nuovi abitanti, i Dirlinger, e la pace finì. I Dirlinger, dediti all'agricoltura, volevano sfruttare i pascoli e il bosco, ma i selvaggi si opponevano. A nulla valsero gli ammonimenti degli anziani di entrambe le parti, e così successe l'inevitabile: si scatenò una furiosa battaglia. I selvaggi del Latemar, nonostante il loro coraggio, la loro forza e l'aiuto dei nani, morirono tutti. L'unico a salvarsi fu l'anziano Gletschmann. Egli continuò per anni a vagare nel bosco ai piedi del Latemar, cercando ovunque nella speranza di trovare uno dei suoi compagni ancora nascosto. E ogni sera si doleva mestamente: "Ho cercato tra gli alberi e le pietre, ma dalla mia gente non v'è più traccia alcuna!"
La fosca profezia dello strano ometto si era avverata